silenzilontani
venerdì 9 maggio 2014
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa.
Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità, doppia di quella cui era abituato, faceva d'ogni movimento una agonia di fatica.
Ma dopo decine di migliaia d'anni quest'angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell'aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arrivava al dunque, toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano sbarcato. E adesso era suolo sacro perché c'era arrivato anche il nemico. Il nemico, l'unica altra razza intelligente della Galassia ... crudeli, schifosi, ripugnanti mostri.
Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata la guerra, subito; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica.
E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.
Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame e freddo, e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale.
Stava all'erta, fucile pronto. Lontano cinquantamila anni luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l'avrebbe mai fatta a riportare a case la pelle.
E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti col passare del tempo s'erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle di un bianco nauseante, e senza squame.
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Il diuende è un termine ed un concetto estraneo alla nostra cultura, perché è completamente racchiuso in quella spagnola e ancor di più in quella andalusa. Il duende, a livello, popolare, è uno spiritello che può essere accomunato a molti simili nella tradizione popolare italiana, ma in realtà è qualcosa di diverso i più profondo e così connaturato all’essere andaluso che noi profani possiamo solo percepirlo molto superficialmente.
A pelle, m viene da paragonarlo al fado portoghese o alla saudade brasiliana, quel sentimento, di nostalgia che permea le culture portoghese e brasiliana, soprattutto la musica, quello stato d’animo che non è facile capir se in quella cultura non ci siamo nati e cresciuti, se non ne siamo imbevuti.
Ed ecco che il duende va ben oltre, supera la potenza delle muse ispiratrici e degli angeli protettori che sono al di fuori della persona, e dall’alto delle loro maestà e divinità concedono il dono dell’arte all’artista, mentre il duende è qualcosa che è dentro di noi, radicato profondamente “nell’ultima camera del sangue”, come sostiene Federico García Lorca nel suo breve ma bellissimo saggio “Teoria e gioco del duende”.
Quindi il duende non è via mistica che ispira dall’alto, ma via iniziatica che ognuno di noi può, o non può, avere la capacità di risvegliare e di farsi pervadere per creare qualcosa di veramente intimo e autentico al contempo. Il duende è arte viva, è la vita stessa che si fa grande e protagonista. È “quel potere misterioso che tutti sentono e che nessun filosofo spiega”, come dice Goethe, perché “è ciò che ci arriva ciò che è essenziale nell’arte”, per dirla ancora con le parole di García Lorca.
E ancora, il duende “è un potere e non un operare, è un lottare e non un pensare” e “non sta nella gola; sale da dentro dalla punta dei piedi”, ossia “non è questione di capacità ma di vero stile vivo, di sangue, di antica cultura, di creazione in atto”, perché “nessuna emozione è possibile, senza l’arrivo del duende”.
È stupendo questo piccolo ma grande saggio sullo spirito stesso di Spagna, uno scritto che insieme ad altri di Federico García Lorca, alle sue poesie e a quelle dell’altrettanto grande Pablo Neurda, che di García Lorca fu amico e compagno politico, con altri artisti del calibro di Rafael Alberti e Pablo Meruda, mi è stato di incredibile aiuto e sostegno in alcuni momenti difficili della mia vita
martedì 6 maggio 2014
Passeggiare lungo il molo della mia città in una fresca sera di inizio primavera è un’esperienza che si rinnova ogni volta. Basta guardare la città voltando le spalle al mare, ed ecco che nel buio ci appare la lunga striscia chiara della spiaggia e alle sue spalle la fila di lampioni che si perdono all’orizzonte verso La Spezia. E dietro quelli sappiamo che ci sono le colline e le montagne delle Alpi Apuane, ora nascoste dal buio. Ma di giorno, di giorno, Dio che panorama…Ma torniamo la molo e al porto che racchiude. Di solito a quell’ora è immerso nel silenzio più assoluto, solo qualche occasionale passante turba questo precario equilibrio, ma quando si alza la brezza ecco che il mare comincia a farsi sentire e inizia a battere la spiaggia con la sua risacca seguendo il ritmo di un metronomo. Poi il vento aumenta, e anche la voce del mare cresce di conseguenza fino a diventare un rumore sommesso e uniforme che riempie l’aria e ci satura il naso con il profumo pastoso del salmastro. Ad ogni respiro mi nutro della vita e della storia giovane e intensa della mia città che con le sue navi ha conosciuto i porti di tutto il mondo. Perché sì, perché le voci del mare e del vento conservano e portano con loro i rumori, i sapori e gli odori carichi e corposi della dura e pericolosa vita dei marinai di una volta. Poi all’improvviso, come se temessero di non essere udite, e per questo venire dimenticate, ecco che anche le barche cominciano a farsi sentire. Le scotte e la sartie sbattute dal vento contro gli alberi e i pennoni producono un clangore diverso da barca a barca, creando un coro metallico che canta su note portate dal vento e ritmate dal mare. E allora le barche allineate lungo le banchine e saldamente ormeggiate alle loro cime, paiono trasformarsi in puledri nervosi che si agitano ombrosi mentre tendono e mollano quelle cime di canapa e acciaio che producono il loro caratteristico suono, quasi cercassero di rompere invano le pastoie che li tengono legati al loro posto. In mezzo a tutto questo non si può rimanere inerti, non si può non cadere nella sottile trama di un incanto che è parte della nostra stessa vita quotidiana anche se non ce ne rendiamo conto consciamente. Ci troviamo sommersi in quel mare di suoni e profumi spessi e pressanti che bussano con insistenza alla porta della nostra immaginazione, premendo senza sosta contro le sue ante e lentamente, con infinita pazienza, la fanno girare sui suoi cardini un po’ arrugginiti e alla fine la spalancano, e noi ne rimaniamo travolti. Poi all’improvviso, così come si era levata, la brezza cade di colpo e tutto tace. Il mare torna a ronfare sornione e ricomincia ad accarezzare le curve della spiaggia come un amante fa con il suo amore, e cessa il clangore metallico del coro delle barche così come il ruvido crocchiare delle cime di ormeggio, e si quietano come giovani puledri stanchi che alla fine si arrendono al sonno. Ora tutto tace. Il silenzio è tornato a regnare sul porto, ed io mi guardo attorno un po’ sbigottito perché è come si mi fossi svegliato da un sogno e mi ritrovassi in quell’assordante silenzio che mi circonda d’un tratto. Il cuore batte forte, respiro alcune profonde boccate di spessa aria salmastra, frugo il buio con lo sguardo e anch’io rientro al mio porto seguendo lultima traccia lasciata dal vento.
È triste quando si scopre che persone che si ritenevano amici o amiche, all'improvviso e senza dirti niente, ti tagliano fuori dalla loro vita. È triste soprattutto quando non c'è un perché, quando non si riesce a trvare una spiegazione logica a tutto questo e allora si rimane disorientati, e ci si chiede ossessivamente: perché? Ed è frustrante quando non si trovano risposte plausibili e ci sente traditi, con le spalle al muro e senza fiato dalla sorpresa, dalla sorpresa del nulla, del vuoto allo stomaco, che non ci da emozioni percettibili se non il senso di assenza, di mancanza di qualcosa. Di una spiegazione, appunto, di qualche parola che ci può suggerire dove si è sbagliato. Tutto il restp è solo delusione e tristezza.
venerdì 18 aprile 2014
Andrea
ANDREA
Nella mente
s’inseguono
immagini di ieri.
E tu
te ne sei andato
nei giorni dei ricordi.
2 novembre 1992
PAOLO
Il gigante è andato via.
L’inconscio suonatore d’arpa
non esegue più la sua musica.
Ora, la sua voce
non fa più tremare l’aria,
le sue mani grandi
non tessono più fili invisibili,
non tracciano più disegni misteriosi
e strade e sentieri sconosciuti.
Ora, il gigante se n’è andato
anche se nessuno l’ha mandato via,
anche se avremmo voluto trattenerlo
aggrappandoci con unghie e denti disperati
all’ultimo refolo del suo respiro.
E forse, in quegli strani disegni,
in quegli intrecci di strade e sentieri
disegnati nell’aria,
ha trovato il suo cammino.
24/10/2011
A Paolo Giordani, che ho conosciuto troppo tardi e che ho perso troppo presto.
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