martedì 6 maggio 2014

Passeggiare lungo il molo della mia città in una fresca sera di inizio primavera è un’esperienza che si rinnova ogni volta. Basta guardare la città voltando le spalle al mare, ed ecco che nel buio ci appare la lunga striscia chiara della spiaggia e alle sue spalle la fila di lampioni che si perdono all’orizzonte verso La Spezia. E dietro quelli sappiamo che ci sono le colline e le montagne delle Alpi Apuane, ora nascoste dal buio. Ma di giorno, di giorno, Dio che panorama…Ma torniamo la molo e al porto che racchiude. Di solito a quell’ora è immerso nel silenzio più assoluto, solo qualche occasionale passante turba questo precario equilibrio, ma quando si alza la brezza ecco che il mare comincia a farsi sentire e inizia a battere la spiaggia con la sua risacca seguendo il ritmo di un metronomo. Poi il vento aumenta, e anche la voce del mare cresce di conseguenza fino a diventare un rumore sommesso e uniforme che riempie l’aria e ci satura il naso con il profumo pastoso del salmastro. Ad ogni respiro mi nutro della vita e della storia giovane e intensa della mia città che con le sue navi ha conosciuto i porti di tutto il mondo. Perché sì, perché le voci del mare e del vento conservano e portano con loro i rumori, i sapori e gli odori carichi e corposi della dura e pericolosa vita dei marinai di una volta. Poi all’improvviso, come se temessero di non essere udite, e per questo venire dimenticate, ecco che anche le barche cominciano a farsi sentire. Le scotte e la sartie sbattute dal vento contro gli alberi e i pennoni producono un clangore diverso da barca a barca, creando un coro metallico che canta su note portate dal vento e ritmate dal mare. E allora le barche allineate lungo le banchine e saldamente ormeggiate alle loro cime, paiono trasformarsi in puledri nervosi che si agitano ombrosi mentre tendono e mollano quelle cime di canapa e acciaio che producono il loro caratteristico suono, quasi cercassero di rompere invano le pastoie che li tengono legati al loro posto. In mezzo a tutto questo non si può rimanere inerti, non si può non cadere nella sottile trama di un incanto che è parte della nostra stessa vita quotidiana anche se non ce ne rendiamo conto consciamente. Ci troviamo sommersi in quel mare di suoni e profumi spessi e pressanti che bussano con insistenza alla porta della nostra immaginazione, premendo senza sosta contro le sue ante e lentamente, con infinita pazienza, la fanno girare sui suoi cardini un po’ arrugginiti e alla fine la spalancano, e noi ne rimaniamo travolti. Poi all’improvviso, così come si era levata, la brezza cade di colpo e tutto tace. Il mare torna a ronfare sornione e ricomincia ad accarezzare le curve della spiaggia come un amante fa con il suo amore, e cessa il clangore metallico del coro delle barche così come il ruvido crocchiare delle cime di ormeggio, e si quietano come giovani puledri stanchi che alla fine si arrendono al sonno. Ora tutto tace. Il silenzio è tornato a regnare sul porto, ed io mi guardo attorno un po’ sbigottito perché è come si mi fossi svegliato da un sogno e mi ritrovassi in quell’assordante silenzio che mi circonda d’un tratto. Il cuore batte forte, respiro alcune profonde boccate di spessa aria salmastra, frugo il buio con lo sguardo e anch’io rientro al mio porto seguendo lultima traccia lasciata dal vento.

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